Il Mito dell’emersione


 

Chi mi segue sul Canale YouTube Occhi di Brace avrà visto la prima puntata del Podcast Le oscure Origini della Razza Umana , bene... questa è la seconda puntata mai pubblicata!
Ma non per questo, chi è interessato all'argomento, deve aspettare la pubblicazione del video, specie in casi come questo, l'unica volta in cui ho preparato tutto e 

È il 1895 e grazie agli avanzamenti tecnologici in campo ottico, grazie al telescopio Percival Lowell è tra i primi uomini a riuscire a sbirciare la superficie del pianeta rosso…

"Ho osservato Marte con grande attenzione e sono rimasto colpito dalla presenza di una rete complessa di linee che attraversano l'intero pianeta. È evidente che queste linee servono a canalizzare dai poli l'acqua ghiacciata, verso le aree desertiche del pianeta. La loro vastità e precisione suggeriscono che Marte ospiti una civiltà ingegneristica molto avanzata, che sta cercando di mantenere la vita sul pianeta in condizioni sempre più difficili."


certo oggi sappiamo che non era così, ma da quel momento in avanti è diventato consuetudine cercare ed immaginare la presenza di eventuali esseri viventi sugli esopianeti, come creature che occupano la crosta, le terre emerse del pianeta. I fattori che fanno la differenza tra la vita e un totale arido deserto di nulla, sono estremamente rigidi, si necessita di una certa temperatura, un determinato range di pressione, l’esistenza di un'atmosfera capace di schermare l’eco-sistema e così via. Noi continuiamo a pesare che tali condizioni devono trovarsi sul pianeta, senza considerare che questi stessi parametri, possono trovarsi e variare, all’interno del pianeta;  invece che sulla crosta, nelle viscere della terra. Se consideriamo un pianeta troppo vicino al suo sole, dobbiamo tenere presente che più scendiamo sotto la crosta e più la temperatura sarà favorevole alla vita, ciò vale anche per pressione, presenza di acqua e una schermatura dalle radiazioni del sole e dagli eventuali impatti dai corpi che vagano per il cosmo… Questa supposizione è diventata molto più consistente da quando abbiamo, qui sulla terra, provato l’esistenza di forme viventi che non necessitano della luce solare.


Ma ora senza indugio, andiamo a incominciare questa seconda puntata del podcast sulle strane e misteriose origini della razza umana, addentrandoci -è proprio il caso di dirlo, nel mito dell’emersione.


https://artsandculture.google.com/project/chauvet-cave


Il mito dell’origine dell’uomo come creatura emersa dalla terra è comune a moltissime culture sparse per il mondo, popoli mai venuti in contatto tra loro che raccontano stessi identici particolari nella narrazione delle loro origini. 

Questo mito è particolarmente diffuso e comune tra gli indiani americani, specie tra le popolazioni native del sud-ovest americano, in particolare gli Indiani indicati con la denominazione di Pueblo, ovvero: Hopi, Navajo e Zuni.


Il mito della creazione degli Indiani Zuni descrive un processo di emersione dell'umanità da quattro mondi sotterranei, simbolicamente legati alla maternità. Inizialmente, gli esseri umani primordiali vivevano nel grembo della Madre Terra, in uno stato di infelicità e prigionia. La Madre Terra, preoccupata per la loro immaturità, li teneva al sicuro, ma alcuni di loro, guidati da un eroe, cercarono di fuggire verso la superficie.


L’eroe pregò il Padre Sole, che gli concesse l’aiuto dei suoi figli, i Fratelli di Luce, i quali spaccarono le montagne e condussero gli infelici attraverso i diversi mondi-utero, ognuno caratterizzato da oscurità, ma anche da crescita. Alla fine, attraverso una scala di tralci di vite creata dal soffio dei Fratelli di luce, si arrampicarono per emergere, alcuni di loro non ce la fecero, cadendo giù dalla scala furono condannati a vivere nelle viscere terrene, mentre gli altri raggiunsero la superficie. In questo momento però erano come creature primitive, abituate all’oscurità. «avevano l’aspetto di creature delle caverne, con la pelle scura, fredda e coperta di scaglie, orecchie lunghe e larghe come quelle dei pipistrelli e dita dei piedi palmate. Perfino la tenue luce delle stelle feriva i loro occhi di civetta, ed essi strisciavano simili a rane sul terreno, come avevano fatto nelle caverne dei mondi inferiori»


La Madre Terra ora, in collera per la loro fuga, scatenò mostri contro di loro che erano usi assalire e divorare i nuovi esseri umani. I Fratelli di luce, ancora una volta, intervennero, con i loro fulmini aprirono voragini nella terra nelle quali ricacciarono i mostri folgorati. La superficie della terra divenne così finalmente un luogo idoneo alla vita degli uomini.


Il mito del popolo Zuni, come è facile immaginare, è simile a quello dei cugini Navajo che narra delle molte vicende che il popolo ha affrontato per emergere attraverso quattro mondi sotterranei di concezione uterina, arrampicandosi su di un pilastro centrale, incontrandosi e scontrandosi con creature mostruose simili ad insetti che indicarono come il popolo delle Formiche e il popolo delle Locuste. Con l’aiuto di figure indicate come Persone Anziane e dal demiurgico Coyote, e grazie all’impiego di un potere magico-terapeutico che dobbiamo immaginare come un vettore che procede verso l’alto, contrastando la spinta verso il basso, il disordine, l’oscurità, la malattia… e così emersero al mondo. 


Anche tra gli Hopi la narrazione non si discosta molto, «Quando il mondo era nuovo, gli uomini e le altre creature non vivevano e le cose non esistevano sopra la terra, ma sotto. Tutto era immerso nella più oscura tenebra, sia sopra che sotto. C’erano quattro mondi, questo mondo (la sommità della terra) e tre mondi cavernosi, l’uno al di sotto dell’altro». 

Anche qui si attraversano quattro mondi, c’è l’incontro con creature mostruose, e l’aiuto di figure mitiche, in questo caso i due Fratelli magici che forarono il soffitto delle caverne e discesero nel tenebroso luogo che era il soggiorno delle creature e degli uomini; i quali, attraverso una scala seguirono la luce per emergere.


Tutti questi miti sono giunti fino a noi nella tradizione e la cultura orale tramandate nel popolo Pueblo, di generazione in generazione; raffigurate nelle cerimonie e nelle consuetudini. Il foro in cima ai tipi tradizionali è il simbolo del foro che permise la fuga dell’antico popolo, è il passaggio dal quale penetra in noi il grande spirito. E non a caso, anche ora, si trova sopra la loro testa; poiché la ricca cultura di questi antichi popoli non parla solo del passato e delle origini, ma anche del futuro e del destino. In questa lettura vediamo l’uomo che, è si emerso dalla fredda nuda terra, ma che ora vive sulla crosta e un giorno andrà oltre, l’uomo che ascenderà al cielo. Questo concetto è sottolineato anche dalla metamorfosi narrata nei miti. In quanto nel primo tempo, quando tutti gli esseri vivevano sotto terra, gli uomini non erano le creature che sono ora, e così anche gli animali, era il tempo del lungo sogno in cui gli spiriti erano uniti e mischiati… e quando poi, persone e animali emersero, e le creature viventi si risvegliarono dalla loro condizione embrionale, gli spiriti di questi si separarono e divennero l’uomo, la donna, il bufalo, la civetta, il coyote e il lupo. 


E così come, nell’antico tempo ci evolvemmo e diventammo uomini, un giorno evolveremo e diventeremo qualcosa di simile alle divinità. Tutto ciò è molto vicino al concetto della filosofia Presocratica di Eraclito, per la quale l’uomo è un dio mortale e le divinità sono uomini immortali. Non solo, nei miti che parlano di una scala, di una rampicante di vite d’uva, o di un palo magico (in somma il concetto dell’albero cosmico), si racconta di esseri, uomini che sono saliti e andati oltre le stelle ed il cielo tramite questo supporto, questa scala che poi, dopo essere arrivati in cima, hanno distrutto, per impedire a noi di elevarci percorrendo il medesimo cammino.

È affascinante come sono diverse le divinità di queste culture politeiste dalla nostra, le grandi religioni monoteiste in cui c’è una netta distinzione tra male e bene. Nei miti indiani, ma non solo, gli esseri divini, o magici, invece alle volte ci aiutano e alle volte ci ostacolano, sembrano buoni e giusti e poi si rivelano falsi e crudeli, mostrando il loro essere e la loro matrice molto simile alla nostra.


…un pò di scienza…

 


Il 3 gennaio 2023 è apparso un articolo dal titolo: “Perché uomini e donne preistorici dipingevano nelle caverne?”; ovvero un’intervista a Jean-Loïc Le Quellec, archeologo preistorico e antropologo.

Se alcune pitture rupestri sono giunte fino a noi, sopravvivendo per anche 36mila anni, è perché alcune di esse si trovano in caverne davvero inaccessibili. Ma cosa portava questi uomini a spingersi per centinaia di metri, in certi casi chilometri, all’interno di cavità sotterranee?

Sono emblematici i pittogrammi ritrovati nella Grotta di Chauvet, Alvernia-Rodano-Alpi, in Francia. A 500 metri dall’ingresso della grotta, in una cavità quasi inaccessibile, posizionato su una parete che ha la forma di un enorme vulva, l’uomo di Cro Magnon, più di 32 mila anni fa, ha dipinto diverse specie di animali fuoriuscire da questo primordiale simulacro dell’organo genitale femminile. Ma perché l’ha fatto?

Secondo Le Quellec, gli uomini di quel tempo profondamente convinti che la loro origine, e l’origine di tutto, era nel mito dell’emersione; sentivano il bisogno di rappresentare gli animali proprio nei luoghi in cui il mito dell’emersione avrebbe avuto inizio, così che la Madre Terra gli avrebbe concesso l'approvvigionamento di altro bestiame, generando gli animali come in una sorta di parto. Ma allora quanto è antico questo mito?


Per capire ciò Le Quellec affronta, in prima battuta, la sua tesi sulla base della distribuzione geografica dei miti nelle varie culture dei diversi popoli. Ne ha catalogati 749 sparsi per diverse colture in tutto il pianeta. Per fare un esempio se il racconto di un mito è presente nell’Eurasia nord-orientale e nell’America nord-occidentale, e visto che la sua diffusione è ovviamente possibile solo grazie alla tradizione orale e alla migrazione umana, si deduce che il mito è anteriore a 16 mila anni fa, quando lo stretto di Bering, il passaggio tra questi due continenti era percorribile a piedi, prima dell’ultima glaciazione.

Il secondo metodo utilizzato è stato un software filogenetico, ovvero un software in cui inserendo migliaia di profili di dna, si ottiene un albero genealogico. Ma l'antropologo l’ha modificato per la sua ricerca, ad ogni elemento di ogni leggenda sul mito dell’emersione ha attributo un 0 o un 1, trasformando i racconti dei diversi popoli in sequenze di codice binario. A questo punto, più i miti erano simili, più i loro codici erano simili, andando alla ricerca di un mito comune, una sorta di antenato delle leggende, Le Quellec, non solo ha determinato l’albero genealogico del mito dell’emersione, ma ne ha tracciato la sua diffusione nel mondo e nei secoli, giungendo alla conclusione che più il mito si allontanava dall’Africa e più le sue versioni sembravano diversificarsi. Confermando le conclusioni della comunità scientifica che vedono in Africa le origini dell’umanità.

Al di là delle teorie scientifiche che incontrano il benestare della versione accademica della storia della razza umana, ci sono altre tesi che, appunto, vengono rigettate ma che rendono questo mito, molto meno mito e molto più una realtà. Il mito dell’emersione spiegherebbe alcuni tasselli ancora incerti della storia umana.

Come dell’anello mancante nella teoria di Darwin che verrebbe spiegata da un doppio ramo genetico, cioè: ad un certo punto della storia, in seguito ad una glaciazione l'homo erectus si sarebbe rifugiato nelle caverne, dopo di che un gruppo di loro sarebbe tornato all’esterno, ed un altro sarebbe non solo sarebbe rimasto, ma si sarebbe addentrato a profondità estreme, qui sarebbe vissuto per millenni. A condizioni di vita diverse, come l'alto tasso d’umidità e la mancanza dell’alternanza delle stagioni, avrebbe completamente perso la sua pelliccia. Ad un tratto sarebbe riemerso sulla crosta terrestre come un individuo meno adatto alla vita e alla luce del sole ma molto più intelligente dei suoi cugini che, come le scimmie oggi, non si sarebbero evoluti né nel corpo e ne nell’intelletto. Il contatto fra questi due gruppi avrebbe portato all’estinzione dell’uomo di Neandertal, poichè in primo luogo, nei contatti ostili, la forza bruta non avrebbe potuto niente contro un intelletto superiore, e secondo, in contatti pacifici, la genetica avrebbe favorito la specie migliore, rendendo le caratteristiche fisiche dell’homo sapiens più accattivanti del Neandertal.



E così siamo arrivati anche sta sera fin qui… ma c’è ancora una cosa molto molto interessante in tutta questa storia. Quasi tutti i miti dell’emersione menzionano l’esistenza di esseri umani -ma non proprio- che sarebbero rimasti nelle profondità della terra… è difficile allora non pensare ad Agharta e le leggende della terra cava dove un gruppo di esseri lucertola vivrebbero ancora oggi, una razza antichissima che, senza predatori naturali e avversità climatiche si sarebbero potuti evolvere ad una velocità maggiore della nostra, raggiungendo oggi livelli tecnologici inimmaginabili. una specie che ha preferito non rivelarsi mai a noi, una specie che forse ci sfrutta e in segreto ci comanda… una specie che ha alcuni esseri qui sulla terra, camuffati da umani, per controllare l’umanità stessa… chi sà se anche loro guardano il mio canale… in tal caso “Ciao fratelli lucertola” e invece a voi “ciao fratelli umani” alla prossima puntata del podcast le Strane origini della razza Umana. 

Aaa prima della prossima puntata del podcast, noi ci rivediamo con un episodio di Occhio di Brace il classico. Ciao

sto lavorando su un podcast che parla delle leggende e le tradizioni religiose che parlano dell'origine dell'uomo, mi sembri competente e, prima di derubricare la mia domanda a scemenza, considera che gli argomenti che tratto non sono portati come verità, ma quasi come un esercizio per rendere la mente un pò più elastica, quasi un logo di illogica con premesse variabili… sto affrontando il mito dell'emersione, caro agli indiani d'america, specie il popolo Pueblo, il sud ovest degli attuali States. In che modo, il fenomeno della perdità della pelliccia nell'uomo, potrebbe dare validità al mito dell'emersione? quindi un ramo dell'Homo erectus che, entrato nelle caverne e sceso in profondità, si sarebbe evoluto a Homo sapiens, che poi riemerso avrebbe sterminato l'Uomo di Neanderthal… ci sono ragioni nella vita sotterranea (ovviamente in condizioni di vita possibili) che avrebbero portato alla perdita della pelliccia?

Vi chiedo ora di fare uno sforzo mentale, so che non è semplice, ma provateci…: noi, come uomini moderni, abbiamo la concezione del tempo lineare, sappiamo e conosciamo bene i cicli a cui è soggetto il mondo e la nostra esistenza, dall'alternanza giorno/notte, alle 4 stagioni, i cicli lunari, fino alla cometa di Halley che vediamo ogni 75 anni; ma il progresso e le conquiste scientifiche, forse anche la spinta evolutiva che con la tecnologia moderna che ha alterato la condizione umana, ci dà la percezione di un passato che non torna e un futuro imprevedibile… cioè oggi, sapendo che l’intero universo è in espansione e che la materia segue la freccia del tempo che porta dall’ordine all’entropia, è per noi automatico percepire il tempo come lineare… ma per l’uomo di ieri non era assolutamente così, il tempo era ciclico, assolutamente e inequivocabilmente ciclico… lo so è difficile, ma provaci… immagina una cognizione, una percezione di tutto regolata dallo scandire di una ritmica come quella delle 4 stagioni… L’uomo preistorico concepiva la sua esistenza come un qualcosa all’interno di una ciclicità infinita. Oggi abbiamo devastato la natura, ma millenni fa l’ecosistema terrestre era sano e considerato scandito da ritmi precisissimi. L’uomo viveva con la certezza che -ad esempio- durante l’equinozio d’autunno avrebbe visti i cigni migrare, gli stessi cigni che sarebbero poi tornati nel solstizio d’estate. Anche se coscienti delle stagioni, stiamo parlando di uomini non ancora stanziali, ovvero cacciatori raccoglitori, la cui sussistenza e sopravvivenza era legata appunto alla caccia e alla presenza della caggione. 








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